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Giappone - I Templi buddhisti e shintoisti: luoghi di silenzio e solitudine

I templi buddhisti e shintoisti

Arrivo in Giappone con il desiderio di visitare gli innumerevoli templi e mi rendo conto subito che è un obiettivo irrealistico: sono tantissimi, con le loro specifiche caratteristiche, sia strutturali che rituali... lascio così che siano le circostanze a scegliere per me a quali rinunciare e parto alla scoperta.

Occorre chiarire subito che in Giappone coesistono il Buddhismo con lo Shintoismo ed entrambe le religioni si assomigliano nell’architettura dei rispettivi templi, ma ho imparato a riconoscere le relative differenze.

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I templi shintoisti

I templi shintoisti sono caratterizzati dal Torii, l’arco che segna l'ingresso all’area del tempio ed i suoi giardini,poi le strade Sando, cioè le vie che conducono ai templi interni e le coppie di Komainu, i cani-leoni che sono posti come guardiani all'ingresso di ogni tempio. Ci sono infine i grandi tetti formati da tronchi sporgenti a forma di V, e i Chigi, sporgenze a forma di corno, situate sul bordo del tetto.

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In Giappone molti templi sono stati dichiarati patrimonio mondiale dell’umanità dall’UNESCO, per la loro storicità, unicità e particolarità.

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Il Padiglione d'Oro

Ad esempio a Kyoto, l’antica capitale del Giappone, ho ammirato il Padiglione d’Oro o Kinkakuji, che riceve il più alto numero di visitatori di tutto il Giappone. Le sue pareti sono ricoperte di lamine d’oro, che lo fanno brillare e riflettere nelle acque del laghetto presso cui è costruito, dando vita ad una magia mozzafiato. Fu costruito per la prima volta nel 1397 dallo shogun Ashikaga Yoshimitsu come dimora personale e poi, alla sua morte, divenne un tempio zen. Questo tempio fu distrutto varie volte e sempre ricostruito, come la fenice risorge dalle sue ceneri., e quello che si vede oggi è quello ricostruito nel 1955, ma rispettando l’architettura originale. Il famosissimo scrittore giapponese Yukio Mishima, morto suicida nel 1970, dedica a questo tempio il libro Il Padiglione d’oro.

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I templi buddhisti zen

Una emozione completamente diversa è quella che mi suscita il tempio Ryoanji (patrimonio UNESCO) della scuola buddhista zen Rinzai, costruito nel 1450: il suo simbolico giardino secco (kare sansui), composto unicamente da pietre piccole e grandi, senz’acqua, senza piante ; rocce di basalto decorative distribuite nell’immensità simbolica di questo mare di ghiaia bianca rimandano all'essenziale in modo molto potente.

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Il Senso-ji

A Tokyo ho scelto un albergo proprio vicino ad un tempio particolarmente apprezzato, il Senso-ji di Asakusa, dedicato alla dea buddhista Kannon, molto popolare in Giappone ed incarna la compassione. L’ingresso della via che conduce al tempio è costituito dal un enorme portale, la Kaminarimon o porta del tuono, sulla quale è sospesa la lanterna di carta rossa più grande del Giappone, a fianco ci sono due divinità, Fujin, il Dio del Vento, e Raijin, il Dio del Tuono.

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La leggenda di Manekinedo

Sempre a Tokyo, al centro del parco di Ueno, dove sono andata alla ricerca della fioritura dei ciliegi  (di cui vi racconto in un altro articolo ), ho visto il tempio buddista Kaneiji della setta esoterica Tendai, con la sua tipica pagoda a cinque piani.
Adesso vi voglio raccontare la leggenda all’origine di una statuetta che adorna templi, ma anche negozi e case, e che è legata al tempio buddhista Gotoku-ji di Tokyo. Si tratta del gatto con la zampina alzata, il manekineko, cioè gatto (neko) che invita (maneki), e che è considerato un porta fortuna e prosperità.

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Si racconta di un gatto che, durante un forte temporale, stava sulla porta di una misera casa abitata da un monaco e muoveva una zampina, guardando un ricco viandante che si era rifugiato sotto un grande pino. Questi, immaginando che il gesto fosse un invito ad entrare, si diresse verso il gatto e, non appena entrò nella casa, un fulmine colpì il pino e lo incenerì. Il ricco viandante, che si era così salvato, donò parte dei suoi averi al monaco che li impiegò per costruire l’odierno tempio Gotoku-ji.

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Il rito del Misogi

Davanti ad ogni tempio vengo catturata dalla ritualità che, per i giapponesi, deve necessariamente accompagnare ogni ingresso nell'area sacra: l’abluzione delle mani e della bocca (misogi), che rende il devoto puro ed adatto a presentarsi davanti alla divinità. Ecco a cosa serve la fontana con vasca, fornita di mestoli in bambù a disposizione della gente, che noto all'ingresso.

Il rito vuole che si prenda con la mano destra il mestolo, lo si riempia d’acqua e se ne versi un po’ sulla mano sinistra, poi si proceda con la mano sinistra che versa sulla destra, si riprenda con la destra il mestolo e si versa un po’ d’acqua nella mano sinistra che la porta alla bocca, così da poterla sciacquare. Il mestolo viene sollevato per far scorrere l'acqua sul manico per pulirlo ed, infine, lo si ripone sul bordo a disposizione di tutti gli altri.

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta. (Thomas Stearns Eliot)

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